Lettera a una professoressa

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In questo periodo in cui si torna a parlare di Don Milani, ecco la lettera di una madre che tutti gli insegnanti dovrebbero leggere. Non contiene accuse alla scuola ma piuttosto elementi utili per cercare di di migliorarla.
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Immagine tratta dal sito www.criticaletteraria.org

La maestra Sonia ci chiama a colloquio a dicembre. Matteo è in prima elementare e fatica a sillabare. Ci esercitiamo durante le vacanze natalizie… Ci divertiamo, anche se a tratti mi accorgo di essere spazientita. Un presentimento. Il quadrimestre giunge al termine: la situazione si è sbloccata, Matteo collega lettere e parole. Grazie. Grazie Maestra Sonia.

Spensierati terminiamo il biennio della scuola elementare, ma è giunto il momento di salutare la nostra cara Sonia, che ci lascia e va in pensione, con tutta la sua saggezza, attitudine, perspicacia e attenzione. La terza elementare inizia con le nuove insegnanti, le nuove discipline, storia, scienze e geografia…

Mi innervosisco e mi interrogo, mentre i mesi passano. Capisco che l’ingranaggio non gira. Matteo fatica a leggere e dopo la lettura ad alta voce non ricorda il contenuto e non riesce a ripeterlo. La punteggiatura è pressoché inesistente. Mi sento ripetere che non mi devo preoccupare, che alcuni bambini si sviluppano prima e altri maturano più avanti; che alcuni sono più portati fisicamente e altri intellettualmente. Mi arrabbio spesso quando facciamo i compiti.

Insisto. Ho le mie aspettative di genitore. Le mie ansie… e gliele trasmetto. Matteo non riesce ad allacciarsi le scarpe, a leggere l’orologio, a imparare a memoria brevi poesie, non riconosce lo spazio e il tempo, le settimane. Le stagioni e i mesi trascorrono senza ordine cronologico, senza un prima e un dopo.

Basta. Ho studiato fino alla laurea e ho una figlia in procinto di laurearsi; i modi di apprendere di Matteo non rientrano nella “normalità”. Mi decido, mi informo e prendo appuntamento in ospedale: reparto di neuro-psichiatria infantile.

Le sedute con la logopedista, in questo ambiente sterile, sono per Matteo fonte di enorme stress emotivo. I suoi occhi interrogativi mi chiedono cosa c’è che non va, se è grave e con difficoltà riesco a trovare le spiegazioni più opportune. Lo so che non si tratta di un handicap, ma di un diverso modo di apprendere, ma non avevo mai preso in considerazione questa eventualità e mi trovo spiazzata e mi chiedo se sarò in grado di aiutarlo. È ufficiale: alla fine del primo quadrimestre della prima media, Matteo è certificato come dislessico e disortografico. 

Ancora oggi, dopo due anni e tanti progressi, sento quel disagio e quell’angoscia. A volte dimentico di dare priorità al mio rapporto materno con Matteo e lo guardo come se fosse solo un voto scritto, un compito da svolgere o una strategia da sperimentare e lui scorge nei miei occhi la preoccupazione per il futuro e per quell’autonomia che tarda ad arrivare.

So, che devo mantenere la calma e dare valore alle cose positive, per non aggravare la frustrazione e accrescere l’autostima, ma la pesantezza psicologica si fa sentire, la soluzione non è immediata e richiede impegno e sforzo quotidiano.

Matteo è quasi adolescente, approfitta della situazione per comodo e mi è facile perdere di vista il confine tra il suo reale bisogno di aiuto ed il suo egoistico spirito giovanile.

Matteo arriva di corsa, con la leggerezza dei suoi 13 anni. La vitalità negli occhi, Clash of Clans nel cellulare. Uno squillo. Gli amici spensierati e fieri lo aspettano in oratorio. Tanti amici. È socievole, solare e spiritoso. Le bimbe lo coccolano. Via! Zaino e bici, si ferma un istante, batte cinque e mi sussurra “Mamma, senza di te non so fare niente; forse eri più felice se non nascevo” . Mi appoggio al cancello, gli urlo che non è vero, che è tutto dentro di lui, che è un ragazzo meraviglioso, tutta la mia vita... la voce si spezza dentro, mentre scompare lungo la via. A dopo, ragazzo mio!

La mamma di Matteo

 

Che cosa può fare la scuola partendo da questa lettera?

In questo periodo si torna a parlare di Don Milani e, leggendo la lettera di questa madre ho pensato che tutti gli insegnanti dovrebbero leggerla. Non contiene accuse alla scuola e quindi gli insegnanti possono avvicinarsi senza sentirsi designati o messi sotto accusa e cercare quindi di trarne qualche elemento utile per migliorare la scuola.

Ne viene fuori la sofferenza di chi si trova davanti a un problema che la scuola non sa risolvere e che delega alla famiglia: “il ragazzo non segue, lo faccia aiutare”. Il genitore non capisce come mai, nonostante il suo impegno, le cose non cambiano e non ha nessuno a cui delegare i problema o su cui scaricare le preoccupazioni. È solo con le sue ansie. Gli insegnanti generalmente hanno qualcuno con cui condividere le responsabilità, ma la famiglia no. Nella maggior parte dei casi, la famiglia non ha nemmeno gli strumenti per affrontare in modo corretto le difficoltà. Al massimo si affida alle “ripetizioni” cioè delega a qualcun altro, ma se la cosa non funziona (come spesso accade con gli studenti con DSA), il genitore si trova nel vicolo cieco, l’angoscia cresce insieme alle preoccupazioni sul futuro del figlio.

Credo che questa lettera debba essere accolta come una richiesta di aiuto, un invito a stringere un’alleanza, sia didattica che educativa, per i ragazzi.

Che cosa può fare la scuola partendo da questa lettera? Fra le mille cose prendiamone una: non considerare uno studente come un voto scritto, un compito da svolgere. Basterebbe cambiare questa prospettiva per fare una vera rivoluzione nella scuola.
 

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