Che cos'è la Sindrome di Asperger?

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«Sebbene lo sviluppo della comunicazione sociale e alcune caratteristiche intellettive siano peculiari, lo sviluppo linguistico e cognitivo dei bambini, degli adolescenti e degli adulti con Sindrome di Asperger è nella norma o, in alcuni casi, al di sopra di essa». Dopo aver definito che cos’è la Sindrome di Asperger, pubblichiamo le parole di Francesca, una donna con questa esperienza. 
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Immagine tratta dal sito Clipart.me

La definizione di Sindrome di Asperger deriva dal nome del medico austriaco Hans Asperger, che per primo ha identificato, studiato e descritto un gruppo di bambini con particolari comportamenti nell’interazione sociale, nelle abilità comunicative e negli interessi. La Sindrome di Asperger fa parte dello Spettro Autistico.

Le persone con la Sindrome di Asperger sono caratterizzate da uno sviluppo particolare nell’interazione e nella comunicazione sociale. Presentano, inoltre, modalità ripetitive di comportamento e interessi molto intensi. Possono manifestare un particolare sviluppo sensoriale. Sebbene lo sviluppo della comunicazione sociale e alcune caratteristiche intellettive siano peculiari, lo sviluppo linguistico e cognitivo dei bambini, degli adolescenti e degli adulti con Sindrome di Asperger è nella norma, o, in alcuni casi, al di sopra di essa. Il bisogno di supporto da parte dell’ambiente, in genere, è lieve.

Oggi la definizione di Sindrome di Asperger è stata sostituita con quella di Spettro autistico, specificando che la persona interessata non ha un deficit linguistico e cognitivo, e che ha bisogno di supporto lieve.
 

L’esperienza di Francesca, una donna con la Sindrome di Asperger

Ripercorriamo alcune caratteristiche della Sindrome di Asperger con le parole di Francesca, una donna laureata, sposata, mamma di tre figli e con Sindrome di Asperger che ha voluto raccontare le sue esperienze, soprattutto scolastiche, attraverso questo scritto.

"Gli anni più difficili sono stati i primi, scuola materna, elementare e poi anche le medie. La paura più grande era parlare con chi non apparteneva alla cerchia vicina. Era un’angoscia sconvolgente dover rispondere a delle domande o chiedere qualcosa, mi batteva il cuore fortissimo e mi tremava la testa, ricordo la fatica fisica per fare uscire la voce, e poi era sempre troppo bassa allora mi chiedevano di ripetere, non sempre ci riuscivo, era così terribile da non riuscire a spiegarlo.

Odiavo la scuola perché mi sentivo costretta a comunicare con le parole e pur non avendo difficoltà di linguaggio non ci riuscivo. Mi dicevano “perché non parli, hai mangiato la lingua?” oppure “bisogna tirarti fuori le parole con le catene” (frase terrorizzante per me).

Quando ho imparato a scrivere è stato più facile, comunicavo scrivendo anche con mia madre e ho potuto in classe avere un’amica con cui comunicavamo così, almeno all’inizio.

Mi dicevano spesso che ero lenta, sopratutto quando eravamo in cortile per la ricreazione e bisognava fare per forza quegli odiosi giochi tipo “staffetta”, per me era un momento da incubo, avrei voluto solo stare per conto mio. Invece dovevo partecipare, però qualcosa mi bloccava, le gambe diventavano pesanti e al via non partivo. Penso che fosse per il fatto di essere in quel momento al centro dell’attenzione, mi metteva angoscia il dover passare il fazzoletto a un altro bambino.

Da piccola giocavo sempre agli stessi giochi, le costruzioni, mettere in ordine i bottoni o con una amica con la bambola però ripetendo le stesse conversazioni e le stesse modalità di gioco.

Passavo molte ore ad addomesticare uccelli, a parlare con loro fino a conquistarne la fiducia totale. Camminavo per casa con i miei “amici sulle spalle”, catalogavo le loro piume in un album secondo un ordine di colore grandezza e specie e leggevo tantissimo e velocissimo… soprattutto sugli animali, i volatili in particolare, poi di tutto, anche libri da adulti".

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