Insegnanti, social media e spirito critico

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La scuola dovrebbe educare gli allievi a farsi delle opinioni proprie attraverso l’esercizio dello spirito critico, del confronto, della verifica dei fatti. Ma riesce a dare il buon esempio? Di Mario Maviglia. 

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Il 51° Rapporto del Censis, recentemente pubblicato, fa un’analisi impietosa degli italiani di oggi, dipinti come arrabbiati, mortificati, incapaci di dimenticare e di perdonare. In altre parole, rancorosi (termine usato nel rapporto).
In modo molto più impressionistico, e senza avere in mano dati statistici, anche noi abbiamo maturato un giudizio molto simile nel corso di questi ultimi anni, osservando quello che accade in rete, nei “dibattiti” che si sviluppano all’interno dei social.
Il mondo della scuola non è esente da questo atteggiamento. Basta che venga lanciata una qualsiasi opinione e subito si scatena un fuoco incrociato di prese di posizione contrarie o contrastanti, spesso accompagnate da espressioni “colorite”, se non addirittura volgari, rozze e, appunto, rancorose. E questo non fa onore ad una categoria che per gran parte utilizza la comunicazione – nelle sue varie forme – per svolgere il proprio lavoro.
Particolarmente acceso è il “dibattito” quando si toccano alcuni temi legati alla Buona Scuola, e questo indipendentemente del contenuto in sé, ma solo perché si fa riferimento alla L. 107. In molta parte dell’opinione pubblica scolastica, quando si affrontano i temi della Buona Scuola scatta una sorta di riflesso pavloviano che travolge ogni forma di riflessione e di pensiero critico. Ma più in generale quando si affrontano temi di natura scolastica sembra insopprimibile la tentazione (riflesso condizionato, appunto) di tradurre il tutto in chiave politica, pro o contro questo o quel partito, o pro o contro qualche personaggio politico. Basta fare un selfie con la Ministra dell’Istruzione e subito il popolo scolastico dei social si scatena per ricordare a tutti i danni fatti dalla Buona Scuola e per stigmatizzare le responsabilità dell’attuale Ministra.
Qualche giorno fa l’on. Malpezzi del PD ha presentato un emendamento, nell’ambito della Legge di stabilità, teso a garantire l’esonero dall’insegnamento dei collaboratori vicari nelle scuole affidate in reggenza. Prima di comprendere il senso stesso della proposta, molti docenti hanno urlato scandalizzati che in questo modo si voleva procedere a nominare nuovi dirigenti scolastici senza passare attraverso l’iter concorsuale. In realtà la proposta appariva come una misura di buon senso volta a dare una maggiore continuità all’azione delle scuole in attesa dell’espletamento del concorso (già bandito, peraltro) e senza creare alcuna graduatoria fittizia per candidati dirigenti scolastici.
Questi comportamenti risultano ancor più preoccupanti in quanto vengono esibiti da docenti che – per statuto – dovrebbero invece coltivare lo spirito critico e la riflessione (capacità che dovrebbero trasmettere ai loro allievi), ma è difficile pensare che si riesca ad educare all’arte del confronto e del ragionamento se si adotta un impianto mentale contrassegnato dal “partito preso”. Se questo atteggiamento è considerato normale nell’azione dei partiti politici, che tendono a reclutare sempre nuovi adepti (o accoliti?), esso risulta devastante nel mondo della scuola che invece dovrebbe mirare ad educare gli allievi a farsi delle opinioni proprie attraverso l’esercizio dello spirito critico, del confronto, della verifica dei fatti e della realtà. Ma se gli stessi docenti soggiacciono alle logiche del “partito preso”, come faranno a sviluppare lo spirito critico nei loro allievi?

Opinionisti che non leggono

Un altro inquietante aspetto da considerare, e che trova sempre più conferma nel web, è la tendenza a esprimere giudizi e opinioni senza aver prima letto la fonte primaria della notizia. In sostanza, basta che qualcheduno rilanci una notizia messa in rete da una qualche agenzia e tutti i successivi “opinionisti” si basano sul rilancio e sul rilancio del rilancio della notizia stessa, come in quel gioco infantile del “telegrafo senza fili”, dove il primo giocatore del gruppo dice all’orecchio del secondo giocatore una frase, senza farsi sentire dagli altri e velocemente, il secondo la ripete al terzo per come l’ha capita e sempre velocemente e così via fino alla fine. In questa serie di passaggi successivi la frase finale risulta quasi sempre deformata, storpiata e snaturata rispetto a quella espressa dal primo giocatore.
Certo il ricorso alle fonti richiede tempo, fatica, confronto, mentre i social vivono sull’immediatezza e sulla estemporaneità; a lungo andare però questa modalità epidermica e veloce di analizzare i problemi rischia di diventare una sorta di modus operandi anche mentale, con effetti che si possono facilmente immaginare sul piano cognitivo: mancanza di aderenza alla realtà, pregiudizio, scarso rigore nell’analisi dei dati, massificazione del giudizio.
In questo contesto è abbastanza ricorrente l’atteggiamento di sposare le opinioni che vengono dalla propria parte politica, o da personaggi pubblici, indipendentemente da una verifica empirica di quanto si sostiene. Ad esempio, è abbastanza comune in molti docenti osteggiare la Buona Scuola in sé (o amarla alla follia), senza alcun ragionamento critico sugli aspetti che possono presentare elementi di interesse o di criticità, solo perché si è a favore o contrari ad una certa parte politica. In questa melassa cognitiva dove tutto viene piegato a spiegazioni date a priori e “a prescindere”, scompaiono i chiaroscuri e le diverse tonalità del ragionamento. Ci si ferma all’anticamera della ragione, delegando ad altri il proprio diritto di cittadinanza per una conoscenza più meditata e approfondita.  

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