Il docente chattante

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Le "multe" per insegnanti che scambiano informazioni con gli alunni via Whatsapp o Facebook ci riportano  a una questione più complessa: l'annacquamento delle distanze generazionali. Di Mario Maviglia

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Ha suscitato molta irritazione presso i Sindacati della scuola la proposta dell’Aran di sanzionare i docenti che intrattengono rapporti con i propri studenti tramite WhatsApp o Facebook. Nell’incontro dell’11 gennaio scorso tra OO.SS. e Parte pubblica (Aran) per il rinnovo del contratto di lavoro del personale della scuola, l’Agenzia nazionale ha presentato una bozza di rinnovo della parte normativa del contratto che prevede la possibilità di multare i docenti fino a 4 ore lavorative per scambi di battute con gli alunni su Facebook o Whatsapp “non coerenti con le finalità educative”.
Secondo una recente ricerca di Skuola.net, quasi 9 studenti su 10 affermano di partecipare a gruppi wa della propria classe, anche se la maggioranza sottolinea che questi gruppi non sono aperti a genitori e docenti; ma 1 su 4 ammette di partecipare a gruppi misti che prevedono la presenza anche di docenti. Sempre secondo Skuola.net in questi gruppi si discute “di avvisi, info o indicazioni sui compiti da fare, ma ci si scambia anche materiale didattico o si organizzano uscite scolastiche. Può capitare inoltre che si chiedano consigli personali ai prof, o si cerchi un aiuto per i compiti direttamente dai docenti.”

Circolari per regolamentare 

Ora, è fuor di dubbio che questi mezzi di comunicazione ormai fanno parte della nostra vita quotidiana e sembrano quasi diventati prolungamenti del nostro Io. È quasi impossibile sottrarsi al loro uso, vuoi per ragioni pratiche, vuoi per motivi di induzione all’uso, se non addirittura di dipendenza psicologica. Si tratta di capire se l’intervento dei docenti in questi gruppi social misti sia opportuno o se non debbano esservi delle limitazioni (cercheremo di argomentare più avanti se queste limitazioni debbano trovare una esplicitazione normativa).
Il problema comunque esiste, tanto che qualche scuola ha cercato di regolamentare la materia. Ad esempio, sempre secondo quanto riferito da Skuola.net, nell’Istituto Comprensivo di Mareno e Vazzola, in provincia di Treviso, il dirigente scolastico ha emanato una circolare (riportata dal giornale ‘Oggi Treviso’) con la quale ha stabilito che gli insegnanti “devono astenersi dal partecipare ad eventuali chat creatasi tra alunni e/o genitori”. Secondo il giornale, questa nota è stata emanata in seguito a segnalazioni di criticità riguardanti proprio l’uso diffuso di wa anche in ambito scolastico tra docenti e alunni. Nella circolare viene ricordato che le chat “dovrebbero essere riservate esclusivamente a situazioni amicali e per la richiesta o il passaggio di informazioni che non sia possibile reperire altrimenti”. La circolare si preoccupa di prevenire situazioni che potrebbero incidere negativamente sul clima della classe oltre che “avere conseguenze sul piano civile o penale”. Insomma gli studenti e i docenti della scuola, se vogliono scambiarsi comunicazioni, non possono farlo tramite wa ma personalmente; e lo stesso vale per i genitori.

L'annacquamento delle distanze generazionali

Volendo fare un ragionamento più generale, la partecipazione sempre più frequente dei docenti a gruppi social in cui sono presenti propri alunni va inserita in un fenomeno più complessivo che vede un annacquamento delle distanze generazionali. In altre parole, l’adulto abbandona o attenua il proprio ruolo adulto (anche simbolicamente) per avvicinarsi sempre più al linguaggio e ai comportamenti dei suoi alunni. Questo fenomeno lo riscontriamo spesso anche nell’uso del linguaggio “giovanilistico” che purtroppo molti docenti utilizzano per sentirsi più vicini ai propri alunni. Per non parlare delle aberrazioni che questa riduzione della distanza generazionale porta quando il docente intrattiene rapporti anche intimi con i propri alunni e studenti. Tutti questi fenomeni vanno inseriti, dal nostro punto di vista, all’interno di un unico quadro di riferimento che vede il docente e l‘allievo quasi appaiati sullo stesso livello, in una melassa relazionale dove le distanze generazionali vengono annullate.
Ma questa infantilizzazione dell’adulto fa venir meno uno dei cardini della relazione educativa che si contraddistingue per la sua asimmetricità e che presuppone necessariamente (e direi quasi naturalmente) una certa “distanza” tra l’adulto e il minore. Essere distanti non significa non entrare empaticamente in relazione con l’allievo, ma vuol dire prefigurare una prospettiva di sviluppo in cui il “minore” viene sempre più aiutato a diventare “grande”. L’adozione di strumenti, linguaggi, comportamenti infantili o giovanilistici da parte dell’adulto privano l’allievo di un modello di riferimento con cui confrontarsi in chiave evolutiva, congelano la sua infantilità. L’adulto – per ricordare una vecchia ma sempre attuale locuzione vigotskyiana – dovrebbe aiutare continuamente l’allievo a collocarsi in quella “zona di sviluppo prossimo”, ossia dovrebbe stimolarlo a coprire quella distanza che separa lo sviluppo attuale da quello potenziale. Questa distanza può essere volta per volta colmata in quanto l’allievo si confronta e viene aiutato da adulti (o pari) con un livello di competenza maggiore, anche sul piano relazionale ed emotivo.

Un dibattito surreale

Ecco perché il dibattito che si è sviluppato intorno a questa vicenda appare surreale e anche molto indicativo di un certo modo di intendere oggi il profilo docente. Infatti dovremmo dare per scontato che il docente – in quanto modello di riferimento per gli allievi – abbia piena consapevolezza del rapporto asimmetrico che lo lega ai suoi allievi e che quindi mantenga una certa distanza nella manutenzione di tale rapporto. I nostri allievi sono già contornati di amici, negli adulti vogliono trovare figure che li contengano, li aiutino a crescere, li stimolino e li supportino nell’apprendimento e nelle relazioni. Hanno bisogno di docenti competenti e maturi, non di docenti-amici.
Vengono qui in mente le parole di Fulvio Scaparro riguardanti il rapporto tra adulto e adolescente, ma che ben si adattano a quanto stiamo dicendo (F. Scaparro, G. Pietropolli Charmet, Belletà, Bollati Boringhieri, Torino, 1993): “Uno dei sintomi di questa pietrificazione del ruolo e del rapporto tra adulto e adolescente è quel giovanilismo ridicolo e tragico che spesso gli adulti – purtroppo proprio quelli che hanno funzioni e ruoli formativi – mettono in mostra nel loro rapporto con i ragazzi e le ragazze. Non bisogna inseguire i giovani, non bisogna ‘fare’ i giovani, non occorre adularli. L’adulto, così facendo, si rende ridicolo e tragico come chiunque è fuori posto, come un pesce fuor d’acqua. L’adulto dovrebbe essere, per così dire, disponibile senza attendersi che l’adolescente faccia necessariamente altrettanto”.
Quando parlavamo di dibattito surreale rispetto al coinvolgimento dei docenti nelle chat con i propri allievi intendevamo dire che questa ipotesi, in un evolutivo e sano rapporto tra docenti e allievi, non doveva neppure essere contemplata, nel senso che il docente ha tanti altri spazi e momenti per comunicare ciò che deve comunicare ai propri allievi, mantenendo ben distinta la sfera pubblica da quella privata e garantendosi la libertà di rimanere adulto. E garantendo agli allievi a loro volta la libertà di essere allievi. 

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