Prove INVALSI: ne vale la pena?

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Il senso delle prove, le disuguaglianze del Paese, il dialogo con la scuola, le certificazioni delle competenze: intervista a Paolo Mazzoli, direttore generale INVALSI.
Di Silvana Loiero. 

valutazione_invalsi Vignetta

Come mai l’INVALSI ha sentito la necessità di pubblicare l’opuscolo Le prove Invalsi secondo l’INVALSI? E perché proprio adesso?

È da anni che ci ripromettevamo di scrivere un documento “non apologetico” sul senso delle prove Invalsi. Un documento dove esaminare, una per una, le domande più ricorrenti raccolte in tanti anni di incontri con le scuole. Ci siamo messi al lavoro qualche mese fa perché con l’uscita del decreto 62/2017 le prove Invalsi avrebbero assunto un rilievo ancora maggiore e, prevedibilmente, avrebbero avuto un impatto che era importante spiegare al maggior numero di persone. In vista della nuova tornata di prove, bisognava rispondere alla madre di tutte le domande: ne vale la pena? Le “9 tesi” proposte nel fascicolo sono la risposta che, in piena onestà, ci siamo sentiti di dare.

Nell’opuscolo viene dichiarato che, purtroppo, la scuola non riesce ad attenuare le disuguaglianze di partenza degli allievi. Come dire: nonostante i risultati forniti dall’INVALSI alle scuole, gli insegnanti non hanno rinnovato le proprie metodologie d’insegnamento. Ne consegue che i ragazzi non sanno utilizzare le conoscenze e le abilità apprese. Perché è avvenuto tutto questo? È stata poco mirata la formazione in servizio dei docenti?

L’opuscolo dell'INVALSI sulle prove (2018)I dati sullo scarsa mobilità sociale (cioè sulla quota di giovani che riesce a modificare il proprio status socio-economico) sono assai poco lusinghieri per il nostro Paese. Eppure la nostra Costituzione è fondata, oltre che sul lavoro, proprio sull’impegno da parte della Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono la piena partecipazione e realizzazione di ognuno. Il fatto che le prove Invalsi non siano state sufficienti ad invertire questa tendenza non deve in alcun modo scoraggiarci ma, al contrario, dovrebbe spingerci a cercare con maggiore attenzione quali sono le condizioni che, invece, riescono a determinare un miglioramento di questa grave situazione. Dico questo perché proprio il fatto che le nostre misurazioni riguardano capillarmente ogni scuola (sono prove censuarie) ci consente di “scovare” le scuole che riescono a far bene, anche in un contesto difficile. Se poi vogliamo approfondire le cause, allora sì, partirei senz’altro dalla formazione dei docenti, sia quella iniziale che quella in servizio.

Un elemento molto serio è il divario tra Nord e Sud: con quali modalità si può avviare un percorso utile a colmarlo?

Anche in questo caso non servono tanto le teorie. È importante identificare in quali circostanze le regioni del Sud riescono a migliorare in modo evidente e significativo. È bastato, ad esempio, che le autorità politiche e scolastiche della Puglia si concentrassero per alcuni anni su questo problema per ottenere un netto miglioramento negli ultimi 5-6 anni delle prestazioni degli alunni pugliesi.

Le prove INVALSI non hanno la funzione di dire “come” insegnare, ma possono “segnalare dove concentrare gli sforzi”. In tale direzione non pensa sia il caso di migliorare il necessario collegamento tra INVALSI e scuola reale, e cioè il dialogo con gli insegnanti che quotidianamente lavorano?

Altroché. È proprio questo il punto. La Presidente Anna Maria Ajello, il responsabile delle prove, Roberto Ricci, alcuni altri ricercatori ed io stesso, abbiamo girato l’Italia in lungo e in largo. Ma siamo decisamente troppo pochi ancora per incontrare da vicino tutti i docenti. Devo, però, dire che molti ci hanno detto che questo sforzo si vede… Speriamo sia proprio così. E la direzione in cui mi sembra sia importante concentrarsi è quella di lavorare a fondo su una didattica sensata e efficace. Una didattica magari meno estesa nei contenuti, ma più intensa nell’approfondimento.

La certificazione INVALSI delle competenze, a partire dalla terza secondaria di primo grado, si aggiunge alla classica scheda di valutazione e alla certificazione di competenze già prevista dalle norme. Tra l’altro si tratta di documenti in cui si valuta con modalità diverse (numeri, lettere con scale a diversi livelli… Non pensa che ci sia un po’ di confusione per docenti e genitori (anche se non per colpa dell’INVALSI)?

In realtà il fatto di adottare strumenti e scale diverse potrebbe persino aiutare per far capire bene che la valutazione (interna) che fanno i docenti è cosa profondamente diversa da quella (esterna) che fa l’Invalsi. Ma un punto di contatto forte c’è: le Indicazioni nazionali vigenti, quelle del 2012, sono alla base sia della valutazione scolastica che di quella operata dall’Invalsi. La differenza profonda sta nel fatto che la prima serve essenzialmente a regolare l’azione didattica lungo il suo svolgersi e a documentare l’andamento del percorso individuale di ciascun bambino, mentre la seconda serve a verificare in che misura alcune competenze di cittadinanza fondamentali (la comprensione del testo, l’uso degli strumenti più potenti del pensiero matematico e il possesso di una sufficiente competenza comunicativa in inglese) siano effettivamente possedute dagli studenti. Credo che le scuole, e gli stessi alunni che le frequentano, abbiano bisogno di entrambe. È come se il mio insegnante mi dicesse quanto intensa e ricca è stata la mia esperienza scolastica, e quanto evidente è stato il mio impegno, e l’Invalsi mi desse invece un’indicazione del fatto che queste esperienze e questo impegno, mi abbiamo permesso di affrontare il mondo con un’attrezzatura culturale sufficiente per cavarmela in ogni circostanza.
 

Silvana Loiero: 10 Maggio 2018 Articoli

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