L’eredità di Don Milani nella scuola di oggi

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L’eredità di Don Milani nella scuola di oggi

Proviamo a tradurre gli insegnamenti del priore di Barbiana in interrogativi. In una sorta di index per “valutare” quanto la nostra scuola e noi stessi siamo veramente inclusivi e, quindi, "donmilaniani". Di Carmelo Salvatore Benfante Picogna.

 

Lorenzo Milani

Nel corso dei decenni successivi alla sua scomparsa sono state dedicate molte aule, biblioteche, plessi e interi istituti scolastici al priore di Barbiana, Lorenzo Milani Comparetti – Don Milani –. Ancor prima che la Chiesa, quella Chiesa che lo osteggiava in vita (certo le sue idee non erano, per così dire, in linea o facilmente assimilabili dalla Chiesa del tempo) ma che oggi sembra, grazie a Papa Francesco, rivalutarlo, la scuola, quella fatta da docenti e dirigenti più attenti all’alunno, ha da sempre preso come modello di riferimento l’approccio educativo e il pensiero sociale di Don Milani. Il suo impegno di educatore è oggi ritornato all’attenzione di tutti e il suo 50° anniversario della morte coincide con due eventi ecclesiastici molto significativi e certamente legati tra loro: la nomina del Cardinale Gualtiero Bassetti - grande ammiratore del nostro prete - alla presidenza della CEI e l’annunciata visita del Pontefice, il prossimo 20 giugno, proprio a Barbiana per incontrare luoghi e persone cari a Don Milani e per pregare sulla sua tomba. E le scuole? Sono molte quelle che continuano a portare avanti gli insegnamenti del prete scomodo. Le frasi, tratte qua e là dalle sue opere - principalmente da “Lettera ad una professoressa” - campeggiano un po’ dappertutto: nelle tesi di laurea, nelle slides di formatori, negli striscioni appesi alle pareti delle palestre o dei corridoi delle scuole. Non sempre, tuttavia, mi è sembrato di cogliere, oltre a ciò, il vero e l’intimo messaggio che dalla vita operosa di Don Milani si sarebbe potuto e dovuto cogliere e che, di fatto, dovrebbe trasformare molte pratiche educativo-didattiche di chi a lui si richiama.
I suoi scritti, infatti, a mio parere, sono un concentrato di pedagogia, di sociologia, di umanità, di politica e le sue affermazioni riecheggiano sempre più nella recente letteratura pedagogica orientata verso una dimensione inclusiva della scuola. Le affermazioni di Don Milani, dunque, se, piuttosto che fare da slogan a convegni, fossero tramutate in domande, ci interrogherebbero su molte cose, ma soprattutto su noi stessi e sul nostro approccio all’alunno.
E allora proviamo a tradurre le affermazioni in interrogativi in una sorta di index per “valutare” quanto la nostra scuola e/o noi stessi siamo veramente inclusivi e, quindi, donmilaniani:

Testo Domande-Indicatori
“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.”  1- Come considero gli alunni stranieri che frequentano la mia scuola?
2 - Cosa faccio per aiutarli ad includersi?
3 - Lavoro più per la loro integrazione o per la loro inclusione?
4 - Lavoro per loro o con loro?
5 - Utilizzando il termine “Patria” come metafora delle certezze, delle sicurezze, dei diritti che noi italiani abbiamo, opposto al termine “stranieri”, quali sono le mie “patrie” e quali i miei “stranieri”?
“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.” 1 - Quanto tengo in conto nella progettazione delle attività didattiche la personalizzazione e l’individualizzazione?
2 - Prevedo per ciascun alunno tempi, modi e contenuti diversificati a seconda del suo stile e della specificità dei suoi bisogni di apprendimento?
3 - Sono consapevole che ciascun alunno ha un proprio successo scolastico da raggiungere e che per farglielo raggiungere è probabile che occorrano percorsi diversificati?
“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio.
Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.” 
1- Utilizzo approcci che privilegiano una didattica collaborativa e cooperativa?
2- Quanto tempo dedico ad attività autonome o trasversali che mirano allo sviluppo di competenze pro-sociali nei miei alunni?
3 - Quanto tempo dedico ad attività autonome o trasversali che prendono in esame problemi concreti, casi di studio di problem posing e problem solving con risvolti sociali vicini alla realtà dei miei alunni? 
“A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca? Ecco, occupatele.” 1- Oltre ad enunciare principi sui quali tutti generalmente siamo d’accordo, quante volte sono intervenuto/a in modo concreto in qualche evento?
2- Quante volte, se ne sono venuto/a a conoscenza, ho denunciato un caso di sopruso, violenza, bullismo, degrado ecc. a chi di dovere?
3 Quante volte, oltre a predicare un qualche cosa, ho praticato quella cosa, divenendo un esempio per i mei alunni?
“Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati.” 1-Quanti ragazzi, nella mia carriera di docente, ho visto perdere  solo perché “più difficili”?
2- Quante volte ho preferito una classe, un plesso, una scuola frequentati da una buona utenza, cercando di scansare i “ragazzi difficili”?
3- Per quanti “ragazzi difficili” ho tenuto le mani in tasca lasciando che si perdessero?
4- Quante volte ho apprezzato di lavorare in una scuola tranquilla senza “alunni difficili”?
“La pedagogia così com’è io la leverei. Ma non ne sono sicuro: forse se se ne facesse di più (e meglio) si scoprirebbe che ha molte cose da dirci …” 1- Mi chiedo quale riferimento teorico stia dietro la mia pratica didattica?
2- Avverto la necessità di acquisire maggiori o nuove conoscenze e competenze rispetto ad un campo specifico della mia professionalità?
3- Ritengo di avere adeguate competenze disciplinari e professionali per far fronte alle questioni pedagogico-didattiche nell’attuale scenario della società complessa?
“Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio.” 1- Ho mai perso la testa per poche decine di creature?
2- Mi aspettavo un premio?
3- Ne sono stato soddisfatto o deluso?
“Con la parola alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio.” 
 
1- Mi ritengo un esempio per i miei alunni?
2- Quanta distanza c’è tra quello che sono, quello che vorrei essere e quello che appaio?
3- Quanto credibile è quello che dico e insegno se lo metto a confronto con quello che realmente sono?
“Chi insegna pedagogia all’università i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline” 1- Quante certezze ho sul mio sapere e sui miei alunni?
2- Quando arrivo in classe e ho davanti i miei alunni, mi chiedo quale sarà il loro più urgente bisogno educativo della giornata?
3- Attivo processi di ascolto attivo?
4- Interrogo le mie conoscenze e le mie competenze per capire se sono adeguate a quello che mi chiederanno i miei alunni?


 

13 Giugno 2017 Articoli

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