Filosofia in gioco, con i bambini

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Come e perché fare filosofia con i bambini della scuola dell'infanzia e primaria? Ne parliamo con Luca Mori, ideatore del "Gioco delle 100 utopie". 

Gioco delle 100 utopie

Da tempo di occupi di perché e come fare filosofia con i bambini. Ti va di raccontare ai nostri lettori il tuo punto di vista al proposito?

Benché il pianeta della filosofia con i bambini sia ancora relativamente piccolo, esistono approcci che propongono metodi e attività anche molto differenti. Manca ancora una mappa che permetta di confrontarli e valutarli in modo adeguato, ma è importante ricordare che l’espressione “filosofia con i bambini” indica oggi iniziative diverse e talvolta antitetiche nelle premesse e negli obiettivi. Nella mia attività ormai più che decennale ho trovato particolarmente efficace proporre ai bambini problemi dalla lunga storia filosofica, dai frammenti dei Presocratici ai paradossi, fino ad esperimenti mentali classici come quello dell’utopia (ma ne esistono moltissimi altri). L’impressione è che, in questo modo, bambine e bambini possano entrare in uno spazio di ricerca e di scoperta invitante, esercitando in gruppo capacità e abilità decisive sul piano del pensiero e della relazione.

I bambini della scuola dell'infanzia e quelli della scuola primaria chiedono strategie e impostazioni differenti? Si possono pensare progetti in continuità? E come?

Ho lavorato con gruppi di bambini di 5 anni ritrovandoli poi in seguito e, in effetti, la conversazione filosofica si è rivelata un’interessante esperienza di continuità, perché ha comportato fin dalla scuola dell’infanzia insoliti esercizi dell’ascolto e della parola (anche per un’ora di conversazione senza interruzione), a partire da “enigmi” che richiedevano collaborazione per essere elaborati e che potevano poi essere ripresi e illustrati con varie attività di manipolazione. Fin dai cinque anni i bambini si sono così trovati alle prese con esercizi di comprensione, interpretazione, inferenza, analisi e sintesi, allenandosi a fare ipotesi e a valutarle tenendo conto dei motivi di dubbio e disaccordo che emergevano nel gruppo, intrecciando pensiero logico, intuitivo e creativo in feconde e variabili combinazioni: capacità che migliorano allenandosi e che restano centrali in tutti i livelli scolastici.

Un tuo progetto s'intitola Gioco delle 100 utopie. Ti chiediamo di presentarlo ai nostri lettori, a partire dal titolo: perché fare filosofia con i bambini significa "giocare" con le utopie?

Il progetto nasce dopo un decennio di esperienze incentrate sull’utopia, uno degli esperimenti mentali per eccellenza nella storia della filosofia. Avendo lavorato soprattutto in Toscana ed Emilia Romagna (a partire dal 2005), nel 2015 ho deciso di lanciare una campagna di crowdfunding per coprire le spese di un viaggio dal Trentino alla Sicilia, realizzando così la prima sistematica esplorazione dell’immaginario politico e utopico dell’infanzia. Le conversazioni attorno all’utopia impegnano i bambini in quello che già Platone nella Repubblica definiva “gioco serio”: in questo caso la cornice del gioco e del fare finta stimolano infatti a dare forma, molto seriamente, ad un mondo in cui vivere bene. Mentre ne parlano, i gruppi avvertono ed esplorano la tensione tra l’effettivo e il desiderabile, scoprendo che proprio questo è lo spazio dell’immaginazione politica. Ad essere in gioco sono quelli che Musil chiamava “senso della possibilità” e “senso della realtà”. Sulla serietà del gioco rimando al libro del mio maestro, Alfonso Maurizio Iacono, L’illusione e il sostituto (2010).

Quali sono le domande e i concetti più amati dai bambini? Quali quelli che occorre senz'altro affrontare insieme a loro?

Immaginando di viaggiare verso l’isola di utopia bambine e bambini si confrontano sui primi bisogni e sulle cose a cui sarebbe meglio rinunciare, sulle abitazioni e sul denaro, sull’architettura della città e sulle infrastrutture, sui modi di passare il tempo e di lavorare, sul governo e sulle leggi, sulla presenza (o sull’assenza) degli adulti e sulla gestione dei confini qualora arrivino persone “da fuori” che chiedono ospitalità. Tutte queste domande li appassionano, ma uno dei temi a cui sono più sensibili – ed è il tema cruciale della nostra epoca, che anche gli adulti dovrebbero affrontare molto di più – riguarda il senso del limite: lo sollevano quando denunciano, nel mondo effettivo, gli spazi di vita “troppo” inquinati e trafficati, o “troppo” pieni (con poco o nessuno spazio libero per loro), l’eccessiva riduzione del “verde” (alberi, boschi, prati), il fatto che gli adulti appaiono spesso “troppo” di fretta e impegnati, presi da “troppe cose”, dal lavoro o dagli schermi di cui sono circondati. Il tema cruciale da affrontare diventa così, secondo me, l’ecologia della mente e delle relazioni ben vivibili, ovvero, in altri termini, il riconoscimento della complessità del vivente e dell’esistenza di “soglie critiche” il cui superamento trasforma le dinamiche e le relazioni di cui i sistemi viventi sono capaci.

Quali sono le caratteristiche, o gli studi, o i saperi che dovrebbe possedere chi fa “filosofia con i bambini”?

Diffido dai percorsi più o meno intensivi che rilasciano in qualche mese certificati di “filosofo con i bambini” anche a chi non ha mai studiato filosofia, come diffido dalla frequente confusione tra filosofia e “buon senso”, che interpreta come filosofica qualsiasi conversazione basata su domande circa il bene e il male, l’amicizia o l’universo e così via. Ritengo che una passione a lungo coltivata e un lungo studio della filosofia (non necessariamente una laurea) siano condizioni necessarie, ancorché non sufficienti, per fare filosofia con i bambini, più o meno come lo studio e la pratica di una lingua straniera sono necessarie per essere all’altezza dei madrelingua e per insegnarla.

Nel corso del "Gioco" hai incontrato bambini in tutta Italia, di età differenti. Il contatto con loro ha cambiato il tuo modo di capire e di vedere la filosofia, il suo "posto" nel modo di oggi?

I gruppi di bambini, i formatori e gli insegnanti incontrati in giro per l’Italia mi hanno aiutato a capire meglio due compiti possibili della filosofia, su cui insisteva un altro mio maestro all’Università di Pisa, Aldo Giorgio Gargani: in primo luogo, il compito di illuminare connessioni concettuali all’interno delle forme di vita, restituendo agli esseri umani concetti e parole che hanno perduto o dimenticato, o di cui non dispongono ancòra (abilitandoli per così dire a cercare parole e connessioni di senso anche dove queste sembrano mancare); in secondo luogo, il compito di accompagnare la singolare “rigenerazione interiore” che si può sperimentare attraversando dei contesti immaginativi che permettano di riconoscere in modo diverso se stessi e l’umanità negli altri (su questo si veda, di Gargani, Wittgenstein. Musica, parola, gesto, 2008). A ciò aggiungo che certi interrogativi della filosofia possono introdurre ad esplorare questioni e spazi di scoperta in cui s’incontrano le “materie” più diverse (così, elaborando le leggi dell’isola si può sentire il bisogno di rileggere la costituzione italiana e quelle di altri paesi, con una motivazione insolita; l’esitazione sull’organizzazione degli spazi dell’isola può ispirare esercizi di matematica e geometria e così via). Su questo aspetto, sulle "materie dell'utopia", lavorerò presto grazie anche alla prof.ssa Maria Antonella Galanti (Università di Pisa), che ha contribuito allo sviluppo degli aspetti pedagogici del progetto fin dagli inizi, nel 2005.

Intervista a Luca Mori

Luca Mori: 31 Marzo 2016 Articoli

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