Bullismo e violenza a scuola, proviamo ad alzare lo sguardo

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Bullismo e violenza a scuola, proviamo ad alzare lo sguardo

Le scuole sono diventate un campo di battaglia? In quali condizioni di vita e di cultura crescono i bambini di oggi? Di Franco Nanni, psicologo.

Bullismo

Negli ultimi mesi è stata più volte sollevata la questione generale della crescente aggressività nei luoghi educativi. Dopo l’ultimo fatto di Lucca, la lettura dei numerosissimi commenti mi ha lasciato in bocca un retrogusto piuttosto piatto, che si riduce a un corale “O tempora o mores!” seguito talvolta da soluzioni spesso limitate, locali, o perfino semplicistiche. Sembra che la maggior parte dei commentatori non riesca proprio ad alzare lo sguardo dal singolo problema. Io credo che prima di tutto dovremmo avere certezza che un problema esista, e che non siamo di fronte a casi isolati che fanno notizia (e clamore). L’enfasi data dai media a questi episodi contribuisce a creare la sensazione che le scuole siano divenute globalmente e coralmente un luogo di guerra, e chi ci lavora sa bene che la realtà è diversa e ben più articolata, anche molto oltre il “ceto sociale” evocato dagli uni e vituperato dagli altri.
Tuttavia, anche in assenza di certezze sulla significatività di questi episodi, non si può negare che il fenomeno esista: esso sembra far parte di un quadro più vasto, già raccontato dal CENSIS nel 2011, raccolto sotto la definizione generale di “Sregolazione delle pulsioni”.

Come crescono i nostri bambini?

Proviamo dunque ad alzare lo sguardo alla società italiana: se si considerano complessivamente le condizioni che i nati dopo la metà degli anni ‘90 hanno trovato per la loro crescita, si può ben dire che la maggioranza di questi bambini si è confrontata con dinamiche di attaccamento sconvolte, con diffuse rappresentazioni culturali dell’aggressività e della sopraffazione, con la crescente sregolazione degli impulsi, e ha vissuto sempre più stretta dentro agende fitte di impegni e richieste, o viceversa immersa in un vuoto totale illuminato solo dagli schermi dei dispositivi elettronici. Non stupiamoci se tutto questo tende a favorire la diffusione di uno stato complessivo di rabbia e di tracotante rivendicazione nei confronti dell’intera società. dovremmo stupirci più per la paciosità di tanti, che per quei (relativamente) pochi violenti o prepotenti.
Trovo che la nostra società nel suo complesso sia però assai restia a riflettere profondamente sulle condizioni di vita e di cultura in cui crescono i bambini di oggi. Che si diffonda rabbia, sregolazione degli impulsi, aggressività e perfino odio per i più deboli non mi sorprende, anzi, sono piuttosto confortato dalla relativa rarità di eventi del tipo di cui stiamo parlando: le società industrializzate in crisi come la nostra stanno diventando giganteschi incubatori di disagio psichico e non solo. Gli episodi di cronaca degli ultimi mesi sarebbero in realtà una grande occasione da cogliere per un forte e radicale ripensamento su come cresciamo i nostri bambini da qualche lustro a questa parte, e su quale ruolo i media rivestano nella promozione dell’odio, della paura e della prevaricazione.  

Franco Nanni: 22 Aprile 2018 Articoli

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